Dicembre 2018, non era dolce come il miele ma amaro.

Parliamo ora della laurea della mia amica F., di quel freddo pomeriggio di dicembre: era questo infatti il periodo in cui io ero in ansia per il ritardo con cui proseguivo i miei studi, ed era questo, adesso, che mi angosciava.
Eppure mi angosciava in un modo molto, molto difficile da spiegare. Quel giorno alla laurea mi ero sentita male, mi ero sentita smarrita, stupida, fallita; ma non riuscivo veramente a capire perché le persone alla laurea tenessero tanto, compresa me.
In cuor mio sapevo che sarei comunque morta, un giorno, che la vita era comunque senza alcun senso, che un anno o l’altro mi sarei laureata e prima o dopo, ai fini del corso della Storia, non faceva alcuna differenza. La Terra, un puntino insignificante nell’universo, ruotava nel freddo spazio buio attorno al Sole che ardeva, e non penso che alla sua orbita sarebbe importato se oggi, al posto della mia amica, ci fossi stata io.
Non capivo come mai mi facessero tanto soffrire i miei fallimenti: era solo una stupida vita.
Stavo affondando, precipitando nel nichilismo; e non volevo.
Volevo assolutamente tornare con i piedi per terra, lo giuro: ma quando accadeva mi ritrovavo fallita, a festeggiare le lauree delle mie amiche che già frequentavano la magistrale, a guardare mia cognata che tra venti giorni avrebbe partorito, e questo non solo non mi piaceva, ma mi faceva venire ancor più voglia di uccidermi una volta per tutte.
Era solo una stupidissima vita.
Eppure il denaro aveva monopolizzato tutti compresa me, che avevo una folle voglia di futuro, di successo, forse per non fermarmi a pensare, forse per avidità, forse per senso di colpa: fatto sta che non riuscivo più a sopportare di essere grassa, fallita, e senza nessuno stipendio per essere almeno grassa e fallita in una casa tutta mia, senza dipendere da nessuno.
Invece la dipendenza pareva essere la mia croce: dipendenza affettiva, dipendenza economica, dipendenza dal cibo.
E mi ritrovai, quel famoso pomeriggio, a vagare per il centro cercando un distributore di sigarette per poter fumare, finalmente, per poter prendere una boccata d’aria, per poter sviluppare una dipendenza nuova in grado di uccidermi davvero.
Visto che non riuscivo ad adempiere ai miei doveri, visto che mi sentivo una inutile sanguisuga nei confronti di mio padre e mia madre, almeno se mi fosse venuto un cancro all’esofago sarei stata compatita e non patita.
Come lo desideravo.
Tanto, cosa poteva fregarmene di avere una vita, se non potevo avere una vita di successo?
Cosa poteva fregarmene di avere qualcosa, se non potevo avere tutto?
Era devastante sentirmi un genio indiscusso ed essere ferma da anni allo stesso misero punto; vedere le mie amiche galline stupide e incapaci anche solo di un quindicesimo dell’autoanalisi di cui ero capace io raggiungere mille obiettivi, essere chiamate dottoresse, pubblicare addirittura libri!
Mi sentivo intrappolata in me stessa, così intelligente da non riuscire nemmeno a ripetere a pappagallo quattro teorie filosofiche, con diecimila esami indietro, sotto i piedi delle persone più ignoranti e capre di cui partecipavo alle feste di laurea, sotto i piedi di tutti.

E comunque non che io fossi felice: era solo che improvvisamente avevo di nuovo la sensazione di perdere tanto peso.
Continuavo a non avere fame, e sebbene talvolta quella triste sensazione di essere grossa, spessa, ingombrante, molliccia, si impossessasse di me, io non mi abbuffavo.
Ormai l’ansia mi stava divorando; e se era vero che non mi doveva importare così tanto della laurea o della vita, io non riuscivo a pensare ad altro ed il fatto che io non reagissi a questa angoscia abbuffandomi di cibo mi aiutava a lasciare che l’ansia mi sbranasse completamente.
Questa situazione, come tutte, si stava prendendo la mia vita senza pietà, e non succedeva quindi mai che la mia vita trascorresse nella gioia o nel totale disinteresse nei confronti del cibo.
Per quanto dunque io riuscissi a non ingozzarmi, e per quanto lo stomaco fosse chiuso indipendentemente dalla mia volontà, impedendomi di desiderare davvero niente da mangiare, io non riuscivo a pensare ad altro.
Avrei trascorso l’intera giornata a fissare il mio volto allo specchio: era magro.
La mia immagine a volte si modificava davanti ai miei occhi: ora avevo il viso secco di sei anni fa, come se fossi tornata indietro nel tempo di colpo, e facevo davvero fatica a riconoscermi; ora ero una balena, il mio seno sproporzionato mi saliva in gola ed avevo l’orribile aspetto di sempre.
L’unica cosa diversa rispetto agli anni passati era che ora, nel dicembre 2018, come non mi era mai capitato, io veramente non avevo fame.
Non avevo voglia di abbuffarmi. Come già ho accennato questo rifletteva un profondo disinteresse nei confronti della vita e del suo gusto – rappresentato per me solo dal cibo.
Cosa avrei fatto, allora?
Me ne stavo buona buona ad aspettare di perdere tutti i chili che avevo addosso per potermi sentire finalmente leggera, davvero leggera.
Non mi importava incredibilmente niente delle foto in cui ero grossa, dello schifo che mi ero sentita il giorno prima, la sera prima e quella prima ancora.
Io non avevo più veramente fame.
E per quanto io desiderassi essere magra con una tale intensità da sentirmi entusiasta alla sola idea, riuscivo pazientemente ad aspettare.
Nella via Cernaia di Torino, la mia bellissima via illuminata dal sole che a dicembre durava quei pochi istanti che bastavano a rendermi quasi felice, avevo camminato con fretta cercando il coraggio per entrare in un tabacchino e chiedere un pacchetto di sigarette.
Non so perché io volessi fumare, ma certamente, abbandonato un vizio, dovevo assolutamente crearmene un altro.
Dovevo trovare un passatempo allettante durante la noiosa preparazione dei miei fallimentari esami, dovevo trovare il modo per accelerare inconsciamente il progresso del male che mi stavo infliggendo.
Volevo fumare, solo fumare, nella profonda tristezza che mi lacerava e nella serena indifferenza che scandiva i miei passi in quella via soleggiata e riparata dai portici così familiari e maestosi.
Era la mia via, e rappresentava la mia vita: l’avrei percorsa per giorni consecutivamente, avanti e indietro, tanto l’amavo e tanto la detestavo.
Fare avanti e indietro era per me come ingrassare e dimagrire, un sicuro circolo vizioso e virtuoso che mi dava la ragione per vivere e la giusta spinta per morire.
Non facevo nessuna delle due cose: stavo nel mezzo, tra la vita e la morte, e facevo meccanicamente avanti e indietro, in quella soleggiata e triste via che era la mia superflua vita.
Ogni giorno attendevo quello dopo, per vedere la bilancia se avrebbe deciso di essere clemente e buona con me, se avrei rivisto il 5 del 59, e se questo avrebbe significato l’inizio di una inevitabile e inarrestabile discesa.
Certamente la cosa mi entusiasmava, e quasi non mi interessava di fallire all’università se potevo vedere il mio corpo assottigliarsi senza alcuna tregua né pietà.
Ero consapevole di essere una bruttissima e sfigurata cicciona, con il seno enorme che mi pendeva davanti, il busto cortissimo e subito sotto due tozze cosce sempre corte ancor più del busto.
A tratti parevo ridicola ma sapevo che sarebbe dovuto essere semplicemente tutto diverso da come era.
Doveva essere che io ero magra, che mi rimpicciolivo senza accorgermene, che le mie gambe erano sempre più asciutte e le ossa si facevano spazio; dovevo prosciugarmi così come mi sentivo prosciugata, dovevo annientarmi come mi sentivo annientata, avvilirmi come mi sentivo avvilita, maltrattarmi come mi sentivo maltrattata.
E mi sembrava di dover portare addosso tutta la tristezza del mondo. La vita era così triste e scoprirlo mi impediva di mangiare, mi impediva di dormire, mi impediva di fare qualsiasi cosa.
Stavo diventando così magra che mi pareva di non esserlo stata mai. Non mangiavo, non ero io, la tristezza mi devastava: c’era così tanta tristezza, mia nonna che stava morendo, la mia laurea così lontana e inarrivabile, così tanta tristezza che io dovevo reggerla tutta.
E così mi si era formato allo stomaco un nodo, le mie gambe si assottigliavano, la bilancia continuava a scendere: 60, poi 59 e sapevo che presto sarebbero stati tanti, tanti di meno.
Speravo di scomparire prima di vedermi crollare tutto addosso, prima di piangere tutte le mie lacrime, prima di soffrire così tanto da non respirare. Quello che mi aspettava era spavantoso, terribile, ed io cercavo di relegarlo in un angolo remoto della mia vita, mentre questo invece mi appariva sempre davanti agli occhi con tutta la sua potenza, e lo faceva proprio quando ero a tavola, ed il cibo che c’era nel piatto mi sembrava un nemico orribile da combattere, da lasciare lì, che non aveva nulla a che fare con me né avrebbe potuto averne mai.
Nel mio stomaco non c’era oramai spazio per niente.
Guardavo il cibo e non riuscivo più a capire cosa avrei potuto trovarci, tanto era infinitamente meglio osservare la mia discesa irreversibile verso il buio dell’anoressia fisica e mentale.
Davvero le mie cosce stavano diventando così piccole, il mio viso così scavato, la mia vita così sottile che mi pareva di essere completamente un’altra persona.
E quando tutti se ne sarebbero accorti allora sarebbe stato troppo tardi.
Davvero come scriveva D’Annunzio non esisteva al mondo uomo meno felice di me.
La vita era così buia, i progetti che non avevo svanivano, quello che un giorno mi pareva essere un’allettante prospettiva, quello dopo sapeva così di morte, di solitudine, di disperazione.
Quanto amavo il mio gatto, e lui presto o tardi sarebbe morto; quanto amavo il mio fidanzato, e un giorno sarebbe morto anche lui; quanto amavo mia nonna, che anche lei sarebbe presto morta… era tutta una grande e perpetua strage, un’ingiusto e lacerante trascorrere del tempo che si portava via le cose, le persone, le giornate, l’amore.
Ed io continuavo a diventare magra, anche se di questa magrezza non sapevo cosa farmene, non sapevo cosa dirne, né cosa pensarne. Ero sempre più sottile, sempre più irriconoscibile, sempre più triste, apatica. Avevo sognato la mia magrezza diversamente.
Mi ero immaginata che avrei cenato spesso fuori, avrei fatto molte cose, indossato parecchi vestiti, fatto molti viaggi, con quel mio nuovo corpo.
Invece mi trovavo sotto un cielo chiaro, al contempo così cupo e coperto da mettere paura e soggezione; invece stavo al chiaro di luna, e questo momento non era affatto dolce come il miele ma amaro, ed io ero sola, apatica, immobile, e piangevo, non dormivo, e andare al cinema non mi piaceva, andare in giro non mi piaceva, mia nonna stava morendo, l’amore sarebbe sfiorito e sarebbe stato inghiottito dalla morte come ogni giorno dalla notte; e questa magrezza era inutile, non sapeva cambiare niente, non sapeva darmi né tempo, né soddisfazioni, né coraggio.
Non sapeva farmi sentire bene, adeguata: mi restringeva, e con il mio corpo si restringeva la mia mente ma non il mio dolore, che si espandeva invece in me come un cancro e alterava la mia paradossale percezione della realtà.
Tutto era incolore e insapore, come il cibo che non mangiavo; ed io non ero bella, o se ero bella non desideravo niente, e cosa si è a fare belli se non si può desiderare niente?
Cosa si è a fare magri, se le foto che immaginavo mi avrebbero scattato non le voglio, se i vestiti che immaginavo mi sarei comprata puzzano anche loro di morte, se ogni cosa intorno a me pare essere nata per morire?
Cosa potevo farmene dell’inverno, del dolore, della fame?

Commenti

Post popolari in questo blog

Ottobre 2018, e tutti pensassero che io stessi bene mentre io stavo male.

Ottobre 2019, di vedermi dimagrire ancora.

Novembre 2018, l’eterna questione: vivere o morire.