Ottobre 2019, di vedermi dimagrire ancora.
Tornare nel nero, questo era il mio desiderio: ad un passo dal laurearmi, un passo dall’aver concluso qualcosa, ad un passo dall’inizio della mia vita, l’unico desiderio che avevo era dimagrire.
Non desideravo di prendere un buon voto alla laurea, sposarmi, avere una casa mia, l’indipendenza; non desideravo, improvvisamente, nemmeno più vedere il sole ogni mattina, camminare per la città, annusare dei fiori.
Il mio desiderio di dimagrire era un desiderio profondo di morire.
Un rifiuto della vita che a tratti, per brevi istanti ma difficili da ignorare, mi appariva priva di senso; tutti i giorni da vivere mi sfilavano davanti e a me pareva di aver vissuto già tutto, aver provato già tutto, aver amato già tutto.
E mi pareva che se anche ancora avessi dovuto amare, questo avrebbe dato un senso contingente alle mia giornate, non un senso globale, non un senso per cui vivere valesse davvero la pena.
Improvvisamente non avevo più voglia di fare niente.
Avevo finito gli esami, finito la tesi, quasi discusso la tesi; potevo godere finalmente del tempo libero che, quando ero soffocata dalle ripetizioni, dallo studio, dal volontariato, desideravo tanto.
Ma nel momento in cui ne potevo godere, mi accorgevo di non sapere assolutamente come utilizzarlo.
Ogni cosa lasciava in me un vuoto cosmico; non una semplice tristezza, ma tutta la tristezza del mondo.
L’amarezza, quel senso di svuotamento che forse solo noi malate proviamo.
Quel vedere tutto dello stesso colore, allo stesso modo: come aver scoperto improvvisamente e bruscamente il senso della vita e cioè che alla vita diamo noi il senso; e quindi girarsi e vomitare abbondantemente su questa terribile scoperta.
Ebbene, quando di fronte al Tempo della mia vita io mi accorgevo di non sapere assolutamente come riempirlo, l’unica cosa che riuscivo a pensare era “Devo dimagrire”.
Così aprivo internet, compravo drenanti, chewing-gum dimagranti che annullano il senso di fame, e per giorni masticavo e bevevo. L’unico denaro ben speso. Alla fine, la verità era questa. Davo ripetizioni ogni giorno sacrificando lo studio e le mie giornate, e tutto per, alla fine, dimagrire. Lo avrei speso tutto senza esitare.
Stavo davanti allo specchio a guardarmi le costole e non perché fossi vanitosa, non più di quanto lo siano tutti, ma perché semplicemente non sapevo che cos’altro fare.
Davvero la mia anoressia era una malattia derivante dalla scoperta della profonda noia della mia esistenza.
E la vanità di tutto, le emozioni già vissute, i giorni che si susseguivano uno dietro l’altro nella mia mente, le emozioni più sensazionali, tutto mi scivolava addosso ed io non riuscivo veramente a desiderare niente.
Rifiutavo il cibo, l’oggetto, il mondo, la vita; oppure mi riempivo di cibo, di oggetto, di vita.
Una lotta in me tra la vita e la morte, ed io semplicemente, sempre per noia e negligenza, non sapevo scegliere.
Così l’ultimo pomeriggio di ottobre, quando avrei potuto veramente fare tutto, non facevo niente.
Avrei voluto tanto poter incolpare qualcosa della mia accidia: dare la colpa a un figlio da accudire, "che non mi lascia il tempo di fare niente", dare la colpa al lavoro, "che mi occupa tutte le giornate", dare la colpa a qualche commissione da sbrigare, qualcuno da incontrare.
Invece, quel pomeriggio di ottobre, non avevo niente a cui dare la colpa ed ero di fronte alla profonda verità della mia vita: non volevo il tempo di cui disponevo, non sapevo come utilizzarlo, non volevo vivere, non sapevo come vivere.
Niente mi interessava, niente mi toccava, niente mi colpiva, non capivo affatto perché vivessi; forse capivo per chi, per cosa, ma non perché.
E così, ecco che il mio pensiero preferito, dimagrire, faceva il suo ingresso nei miei monotoni pensieri, si insinuava come un’ancora di salvezza. Penso che in quegli anni, se non avessi avuto una bilancia di cui veder scendere i numeri, mi sarei seriamente uccisa.
La bilancia, lo specchio, che mi mostravano qualcosa che veramente mi interessava, e cioè il grasso che pian piano abbandonava il mio corpo; così gli avvenimenti diventavano interessanti, perché erano occasione di mostrare a tutti il mio cambiamento. Altrimenti, la vita sociale era una seccatura.
“Ora basta dimagrire”, “Stai diventando piccola come un mignolo, basta adesso”, le parole che volevo sentirmi dire, le uniche che mi facevano pensare che la mia vita aveva uno scopo, anche piccolo.
Perché non possiamo scegliere di cosa interessarci, e io sentivo che questi miei interessi mi tenevano viva.
Non sapevo perché, né da quando, né se la colpa era di qualcuno, della mia educazione, della società, dello stile di vita proposto che io detestavo, del lavoro, oppure della mia Umanità in quanto tale; fatto sta che lo scopo della mia vita era presentarmi a pranzo dalle amiche e farmi vedere senza giacca, con i fianchi secchi, le gambe rimpicciolite, il viso a forma di cuore e sentire i commenti delle mie amiche preoccupate “Adesso basta però, stai scherzando?”.
Queste parole erano una droga per me, e se qualcuno dicesse giustamente che questo è un obiettivo stupido beh, per me era stupido sognare di fare il medico, di “salvare delle vite” come se non dovessimo tutti morire comunque, per me era stupido fare ogni cosa, era stupido illudersi che la vita fosse eterna ed impegnarsi nella società svolgendo qualsiasi mestiere sempre comunque precario e piccolo di fronte all’immensità dell’intero universo.
Perché il mio desiderio di dimagrire era meno degno di stima del desiderio di qualcuno di andare sulla Luna, o di fare l’avvocato, o lo spazzino?
O di essere genitore?
Il peso che scendeva mi faceva sentire viva, entusiasta, eppure ero triste, perché avevo scoperto che niente aveva senso e che tutto era precario, ero triste e annoiata perché sapevo la verità, e più guardavo la verità in faccia più rifiutavo il cibo, più mi aggrappavo al mio corpo rinsecchito, più desideravo di vederlo scomparire, di vederlo dimagrire ancora.
Il cibo non avevo sapore, la vita non aveva sapore, il tempo non avevo sapore, io oramai non avevo sapore.
Non desideravo di prendere un buon voto alla laurea, sposarmi, avere una casa mia, l’indipendenza; non desideravo, improvvisamente, nemmeno più vedere il sole ogni mattina, camminare per la città, annusare dei fiori.
Il mio desiderio di dimagrire era un desiderio profondo di morire.
Un rifiuto della vita che a tratti, per brevi istanti ma difficili da ignorare, mi appariva priva di senso; tutti i giorni da vivere mi sfilavano davanti e a me pareva di aver vissuto già tutto, aver provato già tutto, aver amato già tutto.
E mi pareva che se anche ancora avessi dovuto amare, questo avrebbe dato un senso contingente alle mia giornate, non un senso globale, non un senso per cui vivere valesse davvero la pena.
Improvvisamente non avevo più voglia di fare niente.
Avevo finito gli esami, finito la tesi, quasi discusso la tesi; potevo godere finalmente del tempo libero che, quando ero soffocata dalle ripetizioni, dallo studio, dal volontariato, desideravo tanto.
Ma nel momento in cui ne potevo godere, mi accorgevo di non sapere assolutamente come utilizzarlo.
Ogni cosa lasciava in me un vuoto cosmico; non una semplice tristezza, ma tutta la tristezza del mondo.
L’amarezza, quel senso di svuotamento che forse solo noi malate proviamo.
Quel vedere tutto dello stesso colore, allo stesso modo: come aver scoperto improvvisamente e bruscamente il senso della vita e cioè che alla vita diamo noi il senso; e quindi girarsi e vomitare abbondantemente su questa terribile scoperta.
Ebbene, quando di fronte al Tempo della mia vita io mi accorgevo di non sapere assolutamente come riempirlo, l’unica cosa che riuscivo a pensare era “Devo dimagrire”.
Così aprivo internet, compravo drenanti, chewing-gum dimagranti che annullano il senso di fame, e per giorni masticavo e bevevo. L’unico denaro ben speso. Alla fine, la verità era questa. Davo ripetizioni ogni giorno sacrificando lo studio e le mie giornate, e tutto per, alla fine, dimagrire. Lo avrei speso tutto senza esitare.
Stavo davanti allo specchio a guardarmi le costole e non perché fossi vanitosa, non più di quanto lo siano tutti, ma perché semplicemente non sapevo che cos’altro fare.
Davvero la mia anoressia era una malattia derivante dalla scoperta della profonda noia della mia esistenza.
E la vanità di tutto, le emozioni già vissute, i giorni che si susseguivano uno dietro l’altro nella mia mente, le emozioni più sensazionali, tutto mi scivolava addosso ed io non riuscivo veramente a desiderare niente.
Rifiutavo il cibo, l’oggetto, il mondo, la vita; oppure mi riempivo di cibo, di oggetto, di vita.
Una lotta in me tra la vita e la morte, ed io semplicemente, sempre per noia e negligenza, non sapevo scegliere.
Così l’ultimo pomeriggio di ottobre, quando avrei potuto veramente fare tutto, non facevo niente.
Avrei voluto tanto poter incolpare qualcosa della mia accidia: dare la colpa a un figlio da accudire, "che non mi lascia il tempo di fare niente", dare la colpa al lavoro, "che mi occupa tutte le giornate", dare la colpa a qualche commissione da sbrigare, qualcuno da incontrare.
Invece, quel pomeriggio di ottobre, non avevo niente a cui dare la colpa ed ero di fronte alla profonda verità della mia vita: non volevo il tempo di cui disponevo, non sapevo come utilizzarlo, non volevo vivere, non sapevo come vivere.
Niente mi interessava, niente mi toccava, niente mi colpiva, non capivo affatto perché vivessi; forse capivo per chi, per cosa, ma non perché.
E così, ecco che il mio pensiero preferito, dimagrire, faceva il suo ingresso nei miei monotoni pensieri, si insinuava come un’ancora di salvezza. Penso che in quegli anni, se non avessi avuto una bilancia di cui veder scendere i numeri, mi sarei seriamente uccisa.
La bilancia, lo specchio, che mi mostravano qualcosa che veramente mi interessava, e cioè il grasso che pian piano abbandonava il mio corpo; così gli avvenimenti diventavano interessanti, perché erano occasione di mostrare a tutti il mio cambiamento. Altrimenti, la vita sociale era una seccatura.
“Ora basta dimagrire”, “Stai diventando piccola come un mignolo, basta adesso”, le parole che volevo sentirmi dire, le uniche che mi facevano pensare che la mia vita aveva uno scopo, anche piccolo.
Perché non possiamo scegliere di cosa interessarci, e io sentivo che questi miei interessi mi tenevano viva.
Non sapevo perché, né da quando, né se la colpa era di qualcuno, della mia educazione, della società, dello stile di vita proposto che io detestavo, del lavoro, oppure della mia Umanità in quanto tale; fatto sta che lo scopo della mia vita era presentarmi a pranzo dalle amiche e farmi vedere senza giacca, con i fianchi secchi, le gambe rimpicciolite, il viso a forma di cuore e sentire i commenti delle mie amiche preoccupate “Adesso basta però, stai scherzando?”.
Queste parole erano una droga per me, e se qualcuno dicesse giustamente che questo è un obiettivo stupido beh, per me era stupido sognare di fare il medico, di “salvare delle vite” come se non dovessimo tutti morire comunque, per me era stupido fare ogni cosa, era stupido illudersi che la vita fosse eterna ed impegnarsi nella società svolgendo qualsiasi mestiere sempre comunque precario e piccolo di fronte all’immensità dell’intero universo.
Perché il mio desiderio di dimagrire era meno degno di stima del desiderio di qualcuno di andare sulla Luna, o di fare l’avvocato, o lo spazzino?
O di essere genitore?
Il peso che scendeva mi faceva sentire viva, entusiasta, eppure ero triste, perché avevo scoperto che niente aveva senso e che tutto era precario, ero triste e annoiata perché sapevo la verità, e più guardavo la verità in faccia più rifiutavo il cibo, più mi aggrappavo al mio corpo rinsecchito, più desideravo di vederlo scomparire, di vederlo dimagrire ancora.
Il cibo non avevo sapore, la vita non aveva sapore, il tempo non avevo sapore, io oramai non avevo sapore.
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