Novembre 2018, l’eterna questione: vivere o morire.
Dietro l’anoressia c’è un mondo immenso, e non c’è niente da fare: l’anoressia è bella.
È bello sentirsi sottili, vedersi sempre più magre.
Perché l’obiettivo della vita di ciascuno è farsi compatire, elencare le proprie fatiche, sembrare sempre stanco, questa è la cultura capitalistica descritta da Weber e l’anoressia permette di raggiungerlo pienamente.
È una gioia indescrivibile, che nessun essere umano nella vita intera potrebbe mai provare. Il mondo vive e ruota con la sua ignoranza, e le anoressiche conquistano intanto una felicità che gli ignoranti rincorrono negli oggetti, nelle cose da fare, nel vuoto cosmico degli effimeri obiettivi lavorativi; ma il vero desiderio di tutti è uno solo.
Sparire, occupare poco spazio, fare pena, mostrarsi afflitti e malati.
L’anoressica vive anche un sogno idilliaco.
Riguardando le mie foto non riuscivo a provare che entusiasmo. Ero magra come uno stecco, ero pelle ed ossa, facevo quasi schifo. Avevo le clavicole a vista, le gambe che a stento mi reggevano, il viso scavato, i fianchi che rientravano anche quando non stavo stesa; eppure guardando le mie foto io non riuscivo a non sentirmi felice e a non provare un intenso desiderio di tornare così.
Avrei rinunciato a tutto, a tutto, pur di ritornare così.
Niente era più importante, nemmeno la vita.
Anche perché la mia vita, in quei faticosi anni, era terribile.
Tentavo, colmandola di pensieri differenti e a tratti gioiosi, di ingannarmi, sperando così di arginare i momenti in cui mi rendevo conto di quanto tutto fosse angosciante e poco attraente.
Ma questi prendevano con prepotenza il sopravvento.
Esclusivamente l’idea di tornare magra, come dicevo, mi teneva in vita.
Ma in quel periodo, anche se io non ero certamente magra, attraversavo una fase di disinteresse profondo nei confronti del troppo cibo. Stavo nuovamente perdendo peso ma questa volta non grazie ad esercizi e alimentazione controllata e sana, ma grazie ad una visione più oggettiva che avevo di me stessa e grazie ad una profonda disperazione e una tristezza che mi facevano provare un senso di desolazione per tutto.
Non ero più felice.
Non ero più felice di andare a mangiare fuori, né ero contenta della carbonara per pranzo: talmente sapevo di essere grassa e guardarmi allo specchio era un’abitudine dalla quale sapevo cosa attendermi (un’immagine orribile e formosa) che non reagivo più abbuffandomi e pensando che tanto valeva, ma reagivo rassegnandomi e procedendo per inerzia, vagando in casa, buttandomi sulla filosofia del denaro di Simmel, lasciandomi trascinare dall’ansia di non riuscire a laurearmi, e così anche i pasti erano travolti da questa ondata di depressione, rassegnazione, amarezza, che non mi lasciava nemmeno la forza di esagerare.
Avrei voluto essere già magra, ma devo dire che mi sentivo anoressica anche in quel periodo.
Ero talmente apatica in quel periodo che l’abbuffata non mi spaventava, perché provavo disinteresse anche per quella.
Mi sentivo tanto persa, guardavo il futuro svogliatamente, mi veniva da vomitare al pensiero di dover vivere ancora, volevo tanto fuggire e scappare o prendere il volo che il cibo, ormai per me unica forma di attaccamento alla vita, non era nemmeno così accattivante.
La vita era diventata così desolante: mia nonna stava morendo, ogni cosa stava morendo, la voglia di cibo stava morendo e se fosse morta, io sarei morta.
Mangiavo perché mangiavano i miei famigliari e perché per conseguire la mia stupida laurea mi serviva energia, ma ero così svogliata anche nei pasti da sentirmi proprio completamente svuotata.
Avrei voluto disdire il pranzo con le mie amiche, avrei voluto volatilizzarmi per capodanno, avrei voluto smettere di mangiare e questa volta non perché ciò avrebbe rappresentato formalmente una rinuncia alla vita a cui di fondo ambivo, ma perché proprio di vivere non ne volevo più decisamente sapere.
Era come se Dio mi avesse tolto da dentro quell’impulso di sopravivvere, quell’istinto all’autoconservazione che lui stesso mi aveva donato; il disturbo alimentare si stava ufficialmente impossessando di me.
Non mi spaventava l’idea di dover mangiare troppo, un po’ anzi ci speravo, che sarei riuscita a ritrovare quell’inconscia voglia di continuare a vivere, a procrastinare, a perpetuare l’obiettivo principale senza raggiungerlo mai.
Mi terrorizzava, oramai, raggiungerlo, perché chissà cosa avrebbe significato? La mia vita sarebbe finita?
Non vedevo che il sole dalla finestra, eppure non riuscivo a proiettarlo dentro di me come facevo un tempo.
Mi era talmente difficile riuscire a sognare, ad immaginare un luminoso futuro oltre il peso basso che forse presto avrei raggiunto: e dopo, che cosa avrei fatto? Mi ero tanto immaginata il giorno in cui sarei riuscita a smettere di abbuffarmi, ed ora che quel giorno era arrivato, ora che quell’impulso si era in me spento, divorato da una svogliatezza che aveva ormai preso il sopravvento, non sapevo più cosa fare di me stessa.
Mi trovavo così inutile, sola, con così poca voglia di fare, conoscere, capire.
Era come se oramai avessi già vissuto tutto, come se fossi morta, come se la morte di mia nonna avesse posto davanti a me l’eterna questione: vivere o morire?
Ed era come se oramai io avessi scelto, era come se una parte di me si fosse spenta all’improvviso, era come se mi fossi stancata di piangere e implorare il perdono e il tempo di redimermi, era come se il tempo mi stesse scivolando davanti, come se fosse già tutto trascorso, era come se io avessi ora dovuto raccoglierne i brandelli, quelli un po’ persi per strada; l’anticipo della morte che ogni giorno vivevo era forse ormai divenuta la morte stessa?
Davvero non sapevo in che altro modo giustificare a me e agli altri il poco impegno che mettevo nelle cose: volevo soltanto morire in pace.
Avevo lasciato all’anoressia la parte che ancora in me pulsava, mi ero arresa a lei, e non mi interessava di diventare magra, ma semplicemente non volevo mangiare più.
Mangiare era per me continuare a vivere, era continuare a restare in quel mondo artificiale in cui io avevo un obiettivo da raggiungere e un motivo per vivere, ed io non volevo.
Non ero più felice.
Mi pareva di non essere mai stata più triste di così.
Non volevo che mia nonna morisse, ma non potevo nemmeno esserne dispiaciuta: mi era vietato, e poi a che cosa sarebbe servito?
Era come se la morte fosse venuta a farmi visita, a ricordarmi che quello era il mio destino, e che tutte le cose che con poca voglia facevo e dicevo non erano davvero così necessarie, era come se mi sussurrasse di non preoccuparmi, di lasciarmi andare, di smettere di costringermi a interessarmi delle cose.
Sarei soltanto potuta dimagrire, oramai: nessuno avrebbe infatti capito la mia negligenza, gli altri prendevano la vita così seriamente che io non capivo loro e loro non capivano me, io non capivo veramente nessuno di loro.
Avevo così fretta di dimagrire, avevo così fretta di morire, non riuscivo più a fare niente, mi sentivo paralizzata, bloccata, ero all’impasse.
Mi sentivo già morta, mi sentivo già magra, ma avevo oramai imparato che questa sensazione era falsa, che in realtà ero ancora grassa, e realizzarlo mi aiutava a non provare più nessun impulso di abbuffarmi, mandare tutto all’aria, rovinare tutto.
La vita aveva perso letteralmente il suo gusto.
Ed era decisamente chiaro il motivo per cui adesso volevo dimagrire: volevo tornare indietro nel tempo. Guardavo il mio viso nelle vecchie foto e lo paragonavo a quello nelle foto di quei giorni, e vedevo che lentamente vi assomigliava e io stavo tornando quella che ero: sarebbe allora tutto cambiato?
Mia nonna sarebbe guarita, mi avrebbe abbracciata con il sorriso, mi avrebbe diviso l’anguria per farmela scavare con il cucchiaio, e io sarei stata felice come lo ero allora?
Avrei preso di nuovo il ritmo, avrei studiato bene, sarei brillata come facevo? Avrei mai più provato quella sensazione di sicurezza, di inerzia buona, di soddisfazione, di riconoscimento?
Di controllo, di modestia? Mi sentivo perduta.
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