Ottobre 2018, e tutti pensassero che io stessi bene mentre io stavo male.

Mi pareva che la vita non fosse mai stata così: pareva che un tempo, quando ero magra, io riuscissi bene a trattenere l’odio e la rabbia fuori dall’ossessione per il cibo.
Naturalmente era nel poco cibo che incanalavo tutto; ma adesso capitava che non appena pensavo a tutte queste terribili cose mi venisse una folle voglia di divorare qualsiasi cosa.
Ho sempre pensato che fosse semplice, per me, dimagrire: scoprivo che non lo era.
Questa ossessione stava diventando debilitante: non ero veramente riuscita, in questi anni, a concludere nulla, e ad avviso degli altri il mio corpo sempre grosso uguale parlava di una pigrizia ingiustificabile.
Non riuscivo a sopportarlo, e quella mattina avevo di nuovo riflettuto su quanto sarebbe stato sensato liberarmi da questa vita. Le mie preghiere nemmeno raggiungevano il cielo, e la gravità che mi spingeva tanto sottoterra le teneva ancorate alla mia rabbia, che mi rendeva incapace persino di fidarmi di Dio.
Avevo chiesto tutto e non avevo davvero niente.
Più mi sembrava di svuotarmi, tanto mi pareva di appesantirmi: avevo raggiunto un peso insostenibile, e il peggio era che tutto il tempo che avevo dedicato alla mia ossessione togliendolo allo studio, agli impegni utili alla costruzione del mio indefinito futuro, veniva dissolto da quel gesto monotono che era salire sulla bilancia.
Lo schermo si illuminava e mi diceva un numero sempre uguale, sempre alto uguale, e mi veniva voglia di urlare, di disintegrarmi e disintegrare ogni secondo, ogni minuto trascorso a contribuire a quella disfatta, mi veniva voglia di farmi del male, di fare del male; tutto questo avveniva però in un silenzio tanto eloquente, ed io scendevo al piano di sotto e mi abbuffavo.
Le abbuffate, ora, non erano tanto frequenti come un tempo; però talvolta mi sorprendevano, mi accompagnavano nei lunghi fine settimana, mi rovinavano pomeriggi, giornate di studio, giornate che avrebbero potuto essere diverse.
Mi domandavo se potessi realmente essere tanto infelice; tanto infelice da trascorrere la domenica sera seduta a tavola, da sola, ad ingozzarmi di qualsiasi cosa senza pensare, senza nessuna voglia di continuare né di smettere; non trovavo risposta.
Non sapevo se lo facessi per la mia infelicità, o per l’atteggiamento degli altri, che non mi piaceva. Come avrei voluto essere profondamente amata! Era questa, in fondo, la triste verità.
Sicché ogni giorno era monotono e uguale ma sempre imprevedibile nell’umore altalenante degli altri, nei dispiaceri che esistevano, e la vita appariva così desolante; le persone ora erano arrabbiate, ora tristi, ora annoiate, ed io non riuscivo a capirle, né a capire se fossero così per me. Ogni cosa mi infastidiva esageratamente, e il mio corpo come un animale lo trascinavo dietro, ovunque, e mi sembrava che tutti lo guardassero, e tutti pensassero che io stessi bene mentre io stavo male, stavo terribilmente male.
E per tamponare o rimuovere questo dolore io immaginavo come sarebbe stato essere magra, tanto magra da scomparire; avrebbe di certo sistemato tutto. E certamente questo fumoso futuro, questi precisi fallimenti, questo fastidioso bisogno e dovere di giustificarli tutti, sarebbero scomparsi insieme a me.

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